BISOGNA RITROVARE IL SENSO DEL TEMPO DELLA MALATTIA!
Riporto le parole verissime di un collega pediatra, Antonio di Mauro (vedi link sopra).
"P.S. in tilt, reparti strapieni, sanità territoriale allo stremo.
Non è solo la risposta il problema.
O meglio, non è il problema principale.
Il vero nodo è la domanda.
La domanda di salute è oggi fuori controllo e finché non si interviene su quella non si va da nessuna parte.
Si è costruita una pazzesca ipocondria genitoriale, che non può essere contenuta perché non è razionale: nasce dall’ansia, viene alimentata da informazioni frammentarie e contraddittorie, è rinforzata dai social e non trova alcun vero intervento medico che possa sostenerla o arginarla.
Non si tratta di maggiore consapevolezza sanitaria, ma di una richiesta continua di rassicurazione che la medicina non può e non deve soddisfare.
La biologia ha tempi che non sono negoziabili.
Un raffreddore dura circa sette giorni e non esiste terapia in grado di accorciarlo in modo significativo: bisogna farsene una ragione.
La tosse dopo un’influenza può durare due o tre settimane senza che questo significhi malattia in atto o complicanza: anche di questo bisogna farsene una ragione.
La febbre nei bambini può oscillare, salire e scendere, senza che ogni variazione rappresenti un peggioramento clinico.
Eppure la domanda di salute oggi pretende che ogni sintomo abbia una terapia, che ogni terapia produca un effetto immediato e che ogni minimo cambiamento richieda una nuova valutazione.
Quando queste aspettative non vengono soddisfatte, non si accetta il limite biologico e clinico, ma si cambia medico, si accede ad altro servizio, si richiedono ulteriori accertamenti, si potenziano terapie.
Nasce così una transumanza sanitaria folle.
Questo non è solo clinicamente inutile, ma organizzativamente devastante e culturalmente patologico.
Non migliora gli esiti di salute, aumenta l’ansia dei genitori, consuma risorse e finisce per delegittimare il professionista, perché il ricorso ripetuto ai servizi per la stessa patologia viene vissuto come la prova che la risposta precedente non era adeguata.
Il punto centrale è che questa domanda non è contenibile con gli strumenti della clinica.
Non si governa con più visite, non si placa con più prescrizioni, non si risolve con più accessi.
È una domanda emotiva, non razionale, e la medicina fallisce quando prova a rincorrerla invece di contenerla.
L’unica strada possibile è un cambiamento culturale profondo: un’educazione sanitaria chiara, coerente e ripetuta, messaggi pubblici semplici e condivisi su ciò che è normale e ciò che non lo è, la restituzione di dignità al non intervenire come atto medico e il recupero del senso del tempo della malattia.
Finché il sistema sanitario continuerà a rispondere a ogni richiesta come se fosse clinicamente fondata, continuerà a validare una domanda patologica.
E finché questo accadrà, non sarà possibile andare avanti.
Non per mancanza di umanità, ma per mancanza di senso del limite"